PEDAGOGIA

 

ASPETTI PEDAGOGICI DELLA SEPARAZIONE

 


Dr.ssa Elena Guida

                                                                 Educatrice Professionale

     Esperta dell’Associazione Forense di Diritto di Famiglia e Tutela dei Minori di Napoli

 

 


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 Non è ammissibile pensare che una separazione familiare possa essere gestita in modo da non comportare sofferenza, comunque siano andate le cose il vuoto che si “apre” con una separazione ingenera un vissuto di perdita altamente pericoloso. I costi emotivi, psicologici di questo evento sono cospicui, il livello di autostima, la fiducia in se stessi risultano fortemente penalizzati e il senso di fallimento tende ad investire la persona. Più grave è però l’esperienza di rifiuto vissuta da chi la separazione la “subisce”, pagando il costo di una decisione non sua. Studi approfonditi hanno rivelato quanto il grado di sofferenza che si presenta nei figli di genitori separati, non sia strettamente collegato all’evento separativo in se, quanto al grado di conflittualità che persiste dopo la separazione. I figli spesso diventano i principali strumenti di offesa e di difesa da parte di due persone che impegnati nel conflitto dimenticano le loro funzioni genitoriali.

 

Il Ruolo Genitoriale

 

Assumere il ruolo genitoriale significa prendersi cura del figlio e fornire un valido modello di attaccamento affettivo ed educativo. La separazione non comporta rinunciare a questo fondamentale compito di sviluppo, semplicemente richiede responsabilità nell’essere affrontata. Poiché questo spesso risulta difficile ai membri di una coppia in crisi, si delinea l’importanza della mediazione familiare, la cui peculiarità è quella  di consentire l’incontro delle persone che configgono, offrendogli la possibilità di risolvere i problemi nel mutuo rispetto delle parti, senza vincitori né vinti. 

 

Aspetti pedagogici della   Separazione

 

Negli anni ’60, David Cooper pubblicò un libro dal titolo suggestivo “La morte della famiglia”. In

 

 

realtà nonostante le crisi ricorrenti, gli attacchi, le critiche e i rimproveri

che le sono rivolti, la famiglia continua a vivere o meglio a sopravvivere dal momento che forti pressioni sociali le impongono di cambiare, adattandosi alle trasformazioni dell’ambiente e della cultura in cui è

inserita. Il riconoscimento giuridico del divorzio nel corso degli anni ’70, ha certamente introdotto degli elementi di novità nella concezione della famiglia. Il divorzio in quanto “esito possibile di una crisi del patto coniugale[1][1]” costituisce oggi una realtà per diverse famiglie. Illudersi che l’evento separazione-divorzio possa essere indolore non è realistico, si tratta di un momento di grande sconvolgimento per i genitori e per i figli che produce stress e alimenta rabbia, tristezza e solitudine. Questi sentimenti non si possono annullare, tuttavia si possono gestire. Per ridurre al minimo possibile gli aspetti traumatici e le conseguenze negative del divorzio che possono danneggiare tutti i membri della famiglia, è indispensabile una certa maturità emotiva, ciò secondo la Scabini significa “essere in grado di ricercare e di riconoscere, accanto a ciò che è stato fonte di dolore e di ingiustizia, ciò che di buono e giusto è stato compiuto e distribuito nella relazione. Si tratta cioè di riconoscere l’esistenza di aspetti positivi e si tratta di tener viva la fiducia nel valore del legame e in se stessi come degni di legame. Come dire, se quel legame è fallito, è valsa la pena di viverlo e vale la pena nella vita dare cura ed energia ai legami[2][2]”. In psicologia ciò viene definito “elaborazione del lutto” cioè accettazione della perdita subita, attraverso un percorso emotivo che porta ad investire i propri affetti in nuovi oggetti degni d’amore. L’elaborazione del lutto non riguarda solo i coniugi ma anche i figli in quanto anche essi si trovano ad affrontare una perdita. La capacità di reagire alla perdita, si sviluppa molto lentamente durante l’infanzia e l’adolescenza e potrebbe in alcuni casi mai essere conseguita appieno


 

                            Conseguenze del divorzio                             I rischi

 

         Con i figli

          da 0 a 2

               anni

Sentimenti di perdita di contatto con una figura familiare primaria e di perdita dell’ambiente.

La perdita di contatto con una figura primaria può causare depressione e regressione ( il bambino si comporta  come se fosse più piccolo).

             da 3 a 5

                anni

Il bambino può considerarsi responsabile della separazione. Può svilupparsi l’ansia relativa al soddisfacimento dei bisogni primari. Possono formarsi fantasie di riunificazione.

Regressione (scomparsa di competenze già acquisite), perdita del genitore del sesso opposto come agente socializzante o del genitore dello stesso sesso come modello di identificazione.

             da 6 a 8

               anni

Possibile tristezza, espressione diretta del dolore e della collera, paure concernenti denaro, cibo, abitazione, paura di perdere CON entrambi i genitori.

Scarso rendimento scolastico(o peggioramento), possibili stati depressivi, verbalizzazione ansiosa.

              da 9 a 12

                  anni

Comprensione empatica di uno o entrambi i genitori con possibile intensa condanna di una dei due. Possibili sentimenti di vergogna nella comunità.

Bugie e inganni superiori alla norma, alleanza con un genitore a scapito dell’altro, solitudine, scarsa autostima.

             da 13 a 18

                   anni

L’assenza di una famiglia intatta con cui confrontarsi può portare ad un’emancipazione precoce o incompleta. Possibile svalutazione di uno o di entrambi i genitori. Irritazione o disgusto per la vita sessuale dei genitori. Gli amici e gli impegni vengono collocati al 1 posto.

Sono possibili “actigout”(droga, promiscuità sessuale,fughe, sette pseudoreligiose) alla ricerca di un senso di appartenenza. Adolescenza ritardata: desiderio di restare bambino. Dubbi sulle proprie capacità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

Il benessere emotivo di un figlio in una situazione di separazione dei genitori dipende in grandissima parte dalla possibilità di continuare a percepire l’interesse e l’amore di ognuno dei due genitori per lui nonché nella possibilità di mantenere con entrambi una relazione non conflittuale. E’ importante la consapevolezza che con il divorzio due persone cessano di essere coniugi ma continuano ad essere genitori e continuano ad essere responsabili della crescita e dell’educazione dei figli nati dalla loro unione. Le ricerche hanno stabilito che stile di vita autorevole e relazione collaborativi tra i genitori dopo il divorzio costituiscono due fattori favorenti l’adattamento psico-sociale nei figli. Il diverso livello di collaborazione che i due ex-coniugi riescono a stabilire dopo la separazione, ha portato Francescato e Locatelli a descrivere diverse categorie di genitori separati:

1.     Co-genitori: ex-coniugi rimasti amici che svolgono le attività insieme anche senza i figli, condividono le responsabilità per la loro cura e la loro educazione. In questi casi i figli sono in buoni rapporti con entrambi, in genere abitano presso uno dei due co-genitori, ma trascorrono dei lunghi periodi presso l’altro.

In questa categoria sono rappresentati coloro che cercano di mantenere il più possibile inalterata la loro funzione genitoriale nonostante l’avvenuta separazione.

2.     Genitori-colleghi: rispettano reciprocamente i loro stili educativi, hanno un buon accordo sulla suddivisione dei momenti in cui vedere i figli e non interferiscono l’uno negli atteggiamenti dell’altro. Questi genitori difendono sempre l’operato dell’ex-partner davanti ai figli che incontrano soltanto separatamente.

3.     Genitori competitivi: pur continuando ad occuparsi dei figli, sono in aperto disaccordo sulle scelte educative; di solito hanno un atteggiamento accusatorio verso l’ex-partner, e tentano di indurre i figli a schierarsi dalla propria parte. In questa tipologia di relazione molto spesso i figli sono messi in mezzo ai problemi tra ex-partner e vengono utilizzati come ricatto.

4.     Genitori nemici: non hanno quasi nessun contatto; almeno uno dei due svaluta e disprezza l’altro apertamente anche davanti ai figli. Il genitore non affidatario spesso viene o spinto a non occuparsi più di loro o, volontariamente, sparisce dalle loro vite[3][3].

Questo modello, che è il più pericoloso e nocivo, produce un fenomeno che negli studi di psicologia giuridica viene definito “sindrome di alienazione genitoriale[4][4]” (il comportamento di uno o più figli che nel contesto del conflitto intergenitoriale diventa ipercritico e denigratore nei confronti di uno dei due genitori perché l’altro lo ha influenzato in questo senso indottrinandolo adeguatamente).

La mancanza di una sana comunicazione tra i due ex-coniugi alimenta incomprensioni e litigi a scapito soprattutto dei figli che si sentono “presi in mezzo” alla relazione conflittuale. Da tali premesse deriva il “diritto-dovere” di intervenire per attenuare la contrapposizione tra le     parti.

La  mediazione

La parola “mediazione” dal latino tardo “mediare” nel senso di “dividere, aprire nel mezzo”, si presta a descrivere un processo atto a far evolvere dinamicamente una situazione di conflitto, aprendo canali di comunicazione che si erano bloccati. In linea generale si può definire “mediazione” qualsiasi attività intrapresa da un terzo neutrale e qualificato, il quale nella garanzia del segreto professionale e in rigorosa autonomia dal contesto giudiziario, si attiva al fine di ricomporre il conflitto tra le parti confliggenti, consentendo l’elaborazione di un’intesa che regoli in modo soddisfacente la riorganizzazione dei loro rapporti. Si tratta in effetti di prevedere, accanto agli interventi di tipo giudiziario, forme complementari di ristabilimento di un ordine che a partire dall’accoglienza della sofferenza e del disordine possano favorire un cambiamento condiviso, contrattato a ripristinare la pace sociale[5][5].

L’attività mediativa è un’arte nobile e antica, molto praticata nei secoli passati ma se allora riusciva a ricomporre i conflitti di una società travagliata da faide e banditismo ed era spontanea, oggi ha assunto un valore culturale e formativo di ampio respiro. Essa infatti opera supportata da schemi scientifici, sorretta da altre scienze ed inquadrata in norme giuridiche. Di quella antica arte però, sono rimaste immutate le finalità, il tentativo di ripristinare la comunicazione, la necessità di gestire in maniera positiva i conflitti  seguendo la strada che conduce ad una effettiva cooperazione. La sua peculiarità è quella di consentire l’incontro delle persone che confliggono che, alla presenza di un mediatore, hanno la possibilità di risolvere i propri problemi nel mutuo rispetto delle parti, senza vincitori né vinti. Infatti non si vuole realizzare un procedimento contenzioso ma, al contrario, recepire soluzioni consensuali e responsabilizzanti.

             La mediazione familiare

Tra tutte le forme di mediazione quella di separazione e di divorzio è quella che oggi è in maggiore sviluppo. In molti Paesi occidentali, la mediazione familiare è considerato il modello privilegiato di trattamento della conflittualità nella separazione e nelle problematiche familiari. Essa non è consulenza legale o psicopedagogia, soprattutto non è soluzione del conflitto, infatti non stabilisce che ha ragione o chi ha torto ma offre un contesto procedurale che enfatizza la comunicazione e la negoziazione, pone l’accento sulla solidarietà e ha come obiettivo la riorganizzazione del sistema familiare. Sia che l’invio avvenga su invito del magistrato o degli avvocati, sia che i coniugi si rivolgano ad un centro di mediazione autonomamente, oppure su consiglio dei servizi sociali, la sua finalità è quella di facilitare l’accordo dei coniugi su questioni riguardanti l’educazione dei figli e della casa. Al vecchio modello statico che si realizzava attraverso accertamenti e decisioni giudiziali sulle migliori condizioni di affidamento dei figli, tende oggi a sostituirsi un percorso qualitativo molto diverso: l’esperto non misura l’idoneità dei genitori, ma interviene perché i conflitti siano affrontati e siano cercate soluzioni nuove. Il giudice a sua volta, sospende il momento decisionale finchè non sia tentato il processo di cambiamento e solo dopo, sulla base del risultato raggiunto insieme, dalle parti e dal mediatore, trae le sue conclusioni. Questo tipo di mediazione trova riscontro, per quanto riguarda la legislazione nazionale, nell’art.155 comma 4, codice civile, secondo il quale. “nell’emanare i provvedimenti relativi all’affidamento dei figli e al contributo al loro mantenimento, il giudice deve tenere conto dell’accordo delle parti”. Questa disposizione comporta l’evidente privilegio di ogni soluzione concordata (nell’ovvia considerazione della necessaria tutela dei figli) rispetto a quella che possa essere imposta dall’autorità giudiziaria, e legittima ogni valida iniziativa, come quella dell’attività mediativa, diretta a conseguire soluzioni concordate. Il buon funzionamento della mediazione esige, tuttavia, il rispetto di alcune regole[6][6]:

1.     Il procedimento giudiziario deve essere sospeso durante il processo di mediazione.

2.     La discussione deve essere mantenuta in un clima di cooperazione; ognuno parlando per sé non deve disprezzare l’altro.

3.     Devono essere assicurate la divulgazione e la trasparenza da parte di ciascuno di tutte le informazioni finanziarie (spese, entrate…).

4.     Il mediatore non può mai essere chiamato a testimoniare in tribunale su richiesta dell’una o dell’altra parte.

5.     Il mediatore non può mai intervenire al di fuori del contesto della mediazione.

6.     I genitori si impegnano a negoziare nel miglior interesse di ciascuno dei membri della famiglia.

7.     Nel momento in cui i genitori decidono di scegliere la mediazione come mezzo per pervenire ad un accordo riguardante i diversi aspetti della separazione, sarà loro richiesto di firmare un contratto di mediazione, in cui si impegnano esplicitamente nel rispetto delle clausole sopra enunciate.

 

 

In cambio la mediazione offre una serie di vantaggi:

- autoderminazione: il vantaggio di decidere da soli;

- confidenzialità: il contenuto dei colloqui e del dossier sarà confidenziale e non potrà in nessun momento essere oggetto di una comunicazione in tribunale;

- efficacia: il progetto d’intesa rischia di essere più duraturo e meglio rispettato in quanto le intese sono state negoziate e scelte dai coniugi stessi.

   La mediazione può quindi essere una risposta utile al disagio derivante da una separazione che spesso influenza negativamente la crescita dei soggetti più deboli e dei minori in particolare.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 



[1][1] Scabini E., Cigoli V., Il familiare. Legami, simboli e transizioni, Raffello Cortina, Milano, p.202

[2][2] Scabini E., Cigoli V., op. cit. p. 203

[3][3] Francescano D., Locatelli M., Luci e ombre delle famiglie aperte, in Andolfi M.(a cura di), La crisi della coppia. Una prospettiva sistemico-relazionale, Cortina, Milano, p.517

[4][4] Gullotta G.(1998), La sindrome di alienazione genitoriale, in Pianeta Infanzia. Quaderni del Centro Nazionale di Documentazione ed Analisi sull’Infanzia e Adolescenza, Istituto degli Innocenti, Firenze, n.4, p.27

[5][5] De Vanna A. C., Progetto per la istituzione di un ufficio di Mediazione Civile e Penale presso Procura e Tribunale per i minorenni di Bari, in La mediazione nel sistema penale, Cedam, Padova, 1998, (a cura di) Picotti L. 

[6][6] Le informazioni seguenti sono tratte da: La mediazione un modo di intendersi. Guida informativa per i genitori., A cura della Fèdèration des Ecoles des Parents et des Educateurs, Parigi, 1989, traduzione di Marzotto C.